Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni


Un robot che sbatte tra una parete e un letto. Rischia di non fermarsi, potrebbe continuare per sempre, è un’automa. Simbolo di alienazione per eccellenza. Giuliana si muove come quel robot, in una Ravenna distrutta dalla mano dell’uomo.Si trascina sconclusionata, estraniata, ma sembra essere anche l’unica ad avvertire la crisi che sta investendo tutti, compresi coloro che non se ne accorgono. Quelli che si fanno grosse risate alle spalle dello squallore.
Il colore rende l’impressione della vita: non c’è il verde dei prati, il blu del mare e l’azzurro del cielo. E’ il grigio in tutte le sue sfumature inespressive a dominare il paesaggio e nello stesso modo a governare la (non)vita delle persone che vi abitano. Solo un rosso artificiale, innaturale, spicca in un violento contrasto.
Giuliana è come quel mare morto dentro, dove non si può più pescare. Se il dorato deserto di Zabriskie, così infinito, libero e magico rispecchia il bisogno di Mark e Daria di sentirsi padroni di sé, capaci di vivere la loro giovinezza, ne Il Deserto Rosso il presagio di morte, insito nella natura fuorviata è il riflesso del suo male di vivere.
Il mondo non è più vivo: la desolazione fa da padrona e la terra si popola di fantasmi. Antonioni lo ritrae in immagini sfuocate, negli uomini avvolti dalla nebbia, nella carcassa della fabbrica che domina sul nulla. Il rosso è il colore della passione, di chi è capace di provare emozioni. Giuliana è anche come questo rosso, sensibile al mondo che la circonda e per questo sofferente. La sua nevrosi altro non deriva che da questa troppa sensibilità, sensibilità che affiora dalle parole apparentemente insensate. L’incessante farneticare di Giuliana nasconde il dolore di chi non riesce a vivere in un mondo disumanizzato, di chi in continuazione cerca un disperato appiglio per andare avanti. Quello che forse pensava di poter trovare nella relazione con un altro uomo, Corrado, ma che in fondo si rivela uguale agli altri. L’assurdo dialogo/monologo con un marinaio che parla una lingua incomprensibile come a evidenziare che le sue parole erano tanto inutili sia con quelli che parlavano la sua lingua che con gli altri. “C’è qualcosa di terribile nella realtà ed io non so cos’è nessuno me lo dice” nessuno può aiutare Giuliana tanto meno quelli che non capiscono e la credono folle.
Ma la spiaggia rosa, la bambina che nuota nel mare cristallino sono un respiro di sollievo: quella natura viva in contrapposizione a quella che l’uomo è stato capace di distruggere. Giuliana soffre perché è quella la sua idea del mondo, Giuliana in fondo non è quella sbagliata. E’ questo mondo morto ad esserlo.
Antonioni ne Il deserto rosso, traccia la crisi dell’uomo che si trova a vivere in una mondo che sembra sempre più volerlo mettere da parte. E’ la crisi che deriva anche dall’industrializzazione, dalla perdita sempre più irreversibile del rapporto tra l’uomo e la terra. Una critica corale rivolta sia alla borghesia che alla classe operaia, che non si concentra sulla ricerca di un responsabile ma che vuole delineare un quadro più ampio. E Giuliana ne è la coscienza sensibile. Un film ancora tanto attuale nel ritratto della crisi intima, della nevrosi non come poetico male di vivere, soltanto interiore, ma come sofferenza causata dalle contingenze esterne. Un mondo sempre meno umanizzato, una società sempre più sorda e distante dai veri bisogni dell’essere umano.

5 commenti:

ROSSO CREMISI ha detto...

Il più bel film di Antonioni (forse).

monia ha detto...

probabilmente sì ^^

Mauro ha detto...

Ciao Monia spero ti ricordi di me, sono intervenuto alcune volte tempo fa nei tuoi commenti, ora da un pochino ho un blog anch'io (eheh) di cinema e musica e quando vuoi passa che mi fà piacere :)
circa il film, la crisi che giustamente metti in risalto, unita al tuo commento, mi dà da ripensare alla grandezza di Antonioni nell'aver fotografato il disagio interiore e relazionale in concomitanza con dei notevoli cambiamenti sociali..e forse è vero, il deserto ricco di utopia di Zabriskie Point era impensabile nel '64, in cui tramite questa pellicola emerge una disperazione annichilente, ma sempre pulsante (come nei tre film precedenti del resto). A me il 'rosso' a cui il titolo fa riferimento mi ha sempre fatto pensare ad un accostamento con 'aridità'. Tu come interpreti il sogno di Giuliana? io come un tentativo inconscio (fallito) di verbalizzare il proprio malessere, è una scena molto bella secondo me. Ciao!

monia ha detto...

sì, mi ricordo! ho visto il blog, non appena avrò un pò di tempo tornerò a leggere i tuoi post con più calma, intanto ti ho linkato spero non ti dispiaccia!
per la verità non avevo mai pensato all' interpretazione in sè del sogno, avevo visto la sequenza come un semplice contrapporre l' interiorità di giuliana - rappresentata da una natura viva -e l' esteriorità della natura contaminata in modo da spiegare alla fine del film il contrasto interiore della protagonista che sfocia nel suo male di vivere.

Tietie007 ha detto...

Nice picture.

http://le-cinema-de-tietie007.blog4ever.com/blog/le-desert-rouge