4 mesi 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu


L’impressione che si ha guardando 4 mesi 3 settimane e 2 giorni è che, nelle mani di un regista degno di tale nome, la scelta estetica vada oltre il puro gusto artistico e diventi una linea etica attraverso la quale si può marcare un’opinione pur non interferendo apertamente nello svolgimento della storia. Mungiu è riuscito a girare un film dove si tratta un argomento facilmente soggetto a giudizi moralistici come l’aborto - in questo caso clandestino - senza che questo assuma un ruolo psicologicamente centrale e descrivendolo per ciò che è nella vita quotidiana di chi, spinto dalla necessità, è costretto ad agire senza permettersi di pensare ad altro se non alla propria sopravvivenza.
Il film, ambientato nella Bucarest del 1987 - poco prima della caduta del regime di Ceauşescu - racconta una giornata di due studentesse ventenni: Gabjta, che deve abortire, e della sua amica Otilia che si è presa l’onere di aiutarla in tutto e per tutto.
Fin dalla stessa decisione dell’unità di tempo il regista ci accompagna in un universo cinematografico che perde la sua dimensione di spettacolo. Mungiu ci riporta ad una coscienza quasi documentarista che, con le debite e ovvie differenze, può ricordare la corrente neorealista: la camera pedina le due attrici alle spalle, si privilegia l’inquadratura fissa e il piano sequenza e la messa in quadro trasforma lo spettatore in una spia solidale e silenziosa.
La storia procede con spontaneità seguendo le vicissitudini di una giornata comune che diventa speciale come solo la quotidianità può essere; Gabjta sa che deve abortire, è ferma nella sua decisione ma come notiamo fin dall’inizio è incapace di organizzarsi, di vivere quest’esperienza come dovrebbe un’adulta: la sua decisione ci appare come spinta più da un innato istinto di sopravvivenza che da una vera e propria consapevolezza di ciò che sta accadendo. La sua è una figura spiccatamente infantile che si presenta a volte tanto innocente da sembrare quasi sciocco e che nel corso della pellicola non subisce alcun cambiamento.
Otilia, invece, è un personaggio adulto, maturo, in grado di barcamenarsi con sangue freddo nelle più svariate circostanze. Durante il film subisce un’ulteriore maturazione, acquisendo una maggiore coscienza della società che la circonda e finendo poi per percepire come le esistenze che le ruotano intorno non abbiano altri legami oltre quelli guidati dall’utilitarismo e di come la vita sia prima di tutto una battaglia per il quotidiano che deve essere combattuta in uno spettrale silenzio.
In questo senso, facendo riferimento anche all’intenzione del regista, che ha sottolineato più volte come la pellicola vuole innanzitutto essere uno spaccato di vita dell’epoca, potremmo considerare Otilia la vera e propria protagonista del film.
Le difficoltà superate durante la giornata, da quella di trovare una stanza d’albergo all’abuso sessuale che Otilia subisce per far abortire Gabjta, o la cena a casa del fidanzato, dove, mediante un lungo piano-sequenza, si ritrae il pregiudizio verso le estrazioni sociali più basse, fino all’epilogo crudo e straziante del feto riverso nel bagno e della cena al ristorante ricordano le peripezie di Ladri di Biciclette. Vi si ritrova in questa coppia di amiche la stessa infanzia perduta, l’attaccamento alla vita, la volontà di ritrarre un’intensa giornata che non ha niente di ciò che lo straordinario cinematografico ci ha abituato a vedere ma un qualcosa di comune in un tempo storico non propriamente favorevole, infine la sensazione di assistere col fiato sospeso ad un racconto che non conosciamo ma ci sembra di vivere come parte di noi. L’aborto, conseguentemente, pur costituendo il motore scatenante della pellicola, finisce per rimanere ciò che deve essere: uno dei tanti aspetti della vita umana che, indipendentemente, dalle opinioni personali, inutili in questo caso, può esserci come no.
4 mesi 3 settimane e 2 giorni è l’esempio che le cinematografie europee marginali possono essere capaci di grandi slanci e soprattutto l’occasione per scoprire e riscoprire un popolo che molti conoscono solo attraverso gli occhi di un fascismo neppure più tanto latente.



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12 commenti:

Martin ha detto...

Sottoscrivo in pieno la tua chiusura.
A tal proposito sarebbe interessante vedersi Occident sempre di Mungiu che per quanto so tratta proprio il mito "occidentale" visto dalla parte di chi parte e lascia la propria casa.
L'hai per caso visto?

monia ha detto...

#martin: no, non l' ho visto provvederò a cercarlo. questo film mi ha piacevolmente sorpresa credo che pian piano cercherò di riscoprire tutte le opere di questo regista^^. ciao ciao

Luciano ha detto...

Devo decidermi a vederlo. Se il film è paragonabile a Ladri di biciclette dev'essere un'opera straordinaria.

monia ha detto...

luciano: ovviamente paragonare una pellicola, per quanto splendida, a un capolavoro dell' arte quale ladri di biciclette è ovviamente azzardato, devo dire che però le sensazioni provocate dalla visione si avvicinano molto. ti consiglio di vederlo quanto prima! a presto!!!

cinemaleo ha detto...

10 e lode per Cristian Mungiu. Una storia dal valore universale che coinvolge totalmente e non consente un attimo di distrazione.

monia ha detto...

#cinemaleo: vero, un film di gran valore che tiene incollati allo schermo fino all' ultimo istante! ciao, a presto!

J. Doinel ha detto...

grande film davvero, l'ultimo quarto d'ora è davvero ansiogeno.

monia ha detto...

sono felice tu apprezzi, a me ha colpito davvero molto.

AlDirektor ha detto...

Penso che un giorno dovrei vederlo. Non so quando ma lo farò.

nickoftime ha detto...

Mungiu lavora all'interno dell'inquadratura utilizzando al meglio il materiale a sua disposizione: la telecamera è una finestra su uno dei mondi possibili ed il regista è bravo a concentrarlo all'interno di quello spazio senza farci percepire i limiti della sua presenza

monia ha detto...

#al direktor:...il prima possibile^^ è un film meritevole davvero! ciao, a presto!

#nikoftime: concordo: in questo film si perde del tutto l' idea della cinepresa e anche della messa in scena, ottimo esempio di cinema "moderno" che però ha ben imparato dal passato.

Fabrizio Luperto ha detto...

Cristian Mungiu utilizza la cronaca della giornata durante la quale avverrà l'aborto per fare una analisi delle ripercussioni che un regime autoritario produce sugli individui. E ci riesce.
Nel film le parole regime e dittatura non vengono mai pronunciate, ma ovunque sono presenti più o meno chiaramente i segni della repressione.
Mungiu è particolarmente bravo nel riuscire a trasmettere allo spettatore l'idea di pressione a cui i cittadini romeni erano sottoposti durante il regime del Conducator senza mai farci vedere esplicitamente il solito corollario di torture, pressioni, soprusi, classico di un regime autoritario.
Premesso che il film mi è piaciuto molto, come si evince da quanto detto precedentemente, devo aggiungere, ampliando un pò il discorso, che trovo disgustoso l'opportunismo di molti registi e sceneggiatori dell'est europa che dirigono e scrivono film con sceneggiature di facile impatto emotivo, al solo scopo di cercare il facile consenso. Cioè la stessa tecnica usata nel dopoguerra dal cinema americano dove tutti i tedeschi e i giapponesi erano cattivissimi e antiamericani, adesso viene usata per descrivere i cittadini dei paesi ex comunisti che ovviamente sono tutti dal cuore d'oro e ingiustamente vessati. Preciso che non voglio assolutamente fare un discorso politico ma esclusivamente cinematografico ma occorre sapere che Ceaucescu nel 1966 emanò una legge che proibiva l'aborto e qualsiasi forma di contraccezione (non mi dilungo a spiegare quale fosse il suo folle scopo). La conseguenza fu che dall'entrata in vigore della legge alla fine della dittatura nel 1989, si contarono quasi 9000 donne decedute per complicazioni o mentre si sottoponevano ad un aborto clandestino. Ma nessuno rammenta (e il regista Mungiu nelle interviste tace completamente su questo) che attualmente la situazione non è cambiata e che l'aborto clandestino, pratica a quanto sembra diffusissima per "cultura", in Romania, continua a mietere vittime esattamente come ai tempi di Ceaucescu, e senza che quel gesto assuma i connotati dell'atto di ribellione tanto sbandierato dal regista Mungiu, come nel periodo della dittatura.
Questo per dire che mi piacerebbe vedere da parte di questi "nuovi" registi romeni girare film che abbiano soggetti del tipo: "storia di un aspirante regista (Mungiu) squattrinato che frequenta gratuitamente la scuola di cinema di Bucarest grazie alle leggi in vigore durante la dittatura di Ceaucescu" (Perdonatemi trattasi di provocazione ovviamente).Ma questi sono argomenti che rischiano di sfociare nella politica o quanto meno nella "politica-cinematografica", per non parlare del rischio di essere accusati di razzismo. Noi dobbiamo accontentarci di guardare il film da spettatori e applaudire un film bellissimo come questo 4 mesi 3 settimane 2 giorni.